Drogen Geld Eintreiber der „Nghradeta“: Dario Myftiu alias Aurel Hoxha, aus Durres wurde verhaftet

Aus der Geldwäsche Metropole Durres mit Vangjush Dako und Edi Rama. Wahrscheinlichster Name, Aurel Hoxha, galt als „meistgesuchter“ Krimineller in Italien.

In Bergamo verhaftet, der Durres Drogen Geld Eintreiber der „Nghradeta“: Dario Myftiu alias Aurel Hoxha, ein System der Albanischen Regierungs Mafia, das man neue Identitäten kaufen kann. Eigene Heroin Drogen Küche, direkt von den Amerikanern gelernt, dem eliminierten US Botschafter Josef Limprecht (Mitte Mai 2002).Unter Edi Rama, dem damaligen Innenminister Samir Tahiri wieder ein NATO Standard wohl, das Kriminelle auf Fahndungslisten nach Albanien gebracht werden, dort man sich bei der Grenz Polizei ab Ende 2014 meldet, etwas bezahlt, dann eine neue Identität erhält.

Bildung der Drogen Barone aus Albanien

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CORRIERE VENETO.IT

L’ARRESTO

Ben vestito, silenzioso e molto gentile Ma era un cassiere dei narcotrafficanti

 Dario Myftiu, alias Aurel Hoxha è stato arrestato a Sarmeola grazie a una soffiataDario Myftiu, alias Aurel Hoxha è stato arrestato a Sarmeola grazie a una soffiata

Preso a Sarmeola Dario Myftiu, alias Aurel Hoxha, esattore della mafia albanese

PADOVA Un’esistenza sotto traccia, basso profilo, abiti curati, case o appartamenti affittati in periferia per uno o due giorni, il tempo per agire, e poi sparire nel nulla. Questa è la vita dell’esattore della droga, l’invisibile anello di congiunzione tra chi compra e chi vende stupefacenti. Eppure la squadra Mobile di Padova è riuscita a stringere le manette ai polsi di uno degli uomini più ricercati d’Italia: lui è un albanese di 37 anni che di nome fa Dario Myftiu, ma che alle banche dati di mezzo mondo risulta avere tanti alias quanti i documenti falsi che gli hanno consentito per mesi di girare l’Europa. Il suo vero nome è, probabilmente, Aurel Hoxha.

È arrivato a Padova qualche giorno fa per raccogliere il provento dello spaccio di droga a Padova e nel Veneto. Il suo covo temporaneo era un’anonima villetta dove stava da due giorni a Sarmeola, in via Treviso, ceduta in subaffitto da un ignaro studente (la cui posizione ora è al vaglio della polizia). Qui gli agenti hanno trovato 161.500 euro divisi in pacchetti sigillati e numerati. Il sospetto, provato dalle indagini, è che si tratti di soldi raccolti e pronti per essere distribuiti ai signori della droga per i quali Myftiu lavora: la mafia albanese, che spesso collabora con la ‘ndrangheta nella gestione del narcotraffico in Europa e nel resto del mondo. Da una soffiata la polizia aveva saputo qualche giorno fa che l’uomo sarebbe arrivato in zona per fare il suo lavoro.

Il 37enne albanese era già noto alle forze dell’ordine. Hoxha era stato al centro di un’indagine del Ros di Roma che un paio di anni fa lo aveva arrestato a Bergamo: nel suo appartamento trovarono 30 chili di droga e una vera e propria raffineria dell’eroina dal valore stimato di quasi un milione e mezzo di euro. Era inevitabilmente finito in carcere, dove aveva smaltito parte della pena, poi commutata con l’espatrio e il divieto di rientrare nel nostro paese. Un divieto che l’esattore non ha rispettato perché pronto a mettersi al servizio, evidentemente dietro un lauto compenso, dei signori della droga che gli danno ordini chiari e precisi e che gli impongono, oltre che una vita sotto traccia, un inamovibile silenzio.

Come quello di Tony Servillo nel film «Le conseguenze dell’amore» di Paolo Sorrentino: il suo personaggio, Titta de Girolamo, riciclatore per conto della mafia, non parla mai, nemmeno quando gli vanno a chiedere conto di una partita di denaro sparita nel nulla. Muto fino alla fine, quando viene inghiottito da una vasca di calcestruzzo. Muto come Dario Myftiu, (o Aurel Hoxha) quando la polizia gli chiede che porte apra il mazzo di chiavi che porta con sé o di chi sia la Volkswagen Polo con la quale sta girando in città, o da dove vengano i tremila euro in contanti che gli trovano addosso. Lui non risponde, ma gli agenti del vice questore aggiunto Vincenzo Zonno non si arrendono e trovano la cassa di via Treviso a Sarmeola. Lì c’è una valigia con i suoi pochi vestiti, evidentemente era già pronto a ripartire, e dentro il cassetto di un mobile ci sono i 161.500 euro divisi in 19 pacchetti ben confezionati e siglati con un numero cifrato che indica il compratore da cui provengono.

All’albanese sono stati sequestrati anche diversi telefonini e ora la polizia lo sta letteralmente radiografando per capire a chi si appoggiasse a lui e da chi prendesse ordini. Per contro, lui, come prevede il codice dell’esattore, tace. Anzi finora ha negato tutto, pure l’evidenza. Intanto però per tutto quel denaro di cui non ha voluto dare una spiegazione ha preso anche una denuncia per ricettazione. Le indagini ripartono dai pochi elementi e dalle poche tracce lasciate dall’uomo, giunto qui con un volo dall’Albania e con la complicità di qualcuno che continua a rimanere nell’ombra.

Intanto dovrà scontare un anno e dieci mesi in galera, pena prevista per il mancato rispetto dell’obbligo di non rientrare in Italia dopo la prima condanna per droga. Ma chissà se l’albanese sa di essere stato a sua volta tradito: da chi a fatto il suo nome e da chi lo ha raggirato dandogli soldi falsi. Tra le banconote sequestrate c’erano infatti anche 50 euro tarocchi. Ne verrà a conoscenza dal verbale della polizia, e avrà quasi due anni per riflettere su chi sia l’infame. Tempo che passerà, come vuole il suo ruolo, in un religioso e ben pagato silenzio.

Roberta Polese